Guardiani della galassia di James Gunn

locandinaSaturday night live ce l’ha spiegato molto chiaramente: Marvel can’t lose. Se non sapete di cosa sto parlando, cercate online “SNL Marvel can’t lose”. Mi ringrazierete. Prego. Perchè, davvero, se qualche tempo fa vi avessero detto: “Oh, stanno girando un film in cui un fuorilegge terrestre, un’aliena tutta verde figlia dell’essere più potente dell’universo, un ex wrestler che non ha sense of humor, un procione cacciatore di taglie che parla troppo e il suo compare albero (sì, un albero) che conosce solo tre parole, si uniscono e salvano l’universo!” la vostra reazione quale sarebbe stata? Come minimo avreste invitato il malcapitato ad andarsene a quel paese.

Eppure, è successo. Dopo aver vinto tutto con un altro gruppo di “persone particolari”, Marvel fa all-in e sbanca con Guardians of the galaxy. La formula è la stessa: un gruppo di persone improbabili che riescono ad unirsi e a salvare il culo a tutti senza combinare troppi casini. Il tutto condito con dialoghi molto leggeri e brillanti, citazioni a più non posso, una colonna sonora da brividi e quella promessa, nascosta nella scena post-credit, di sconvolgervi nel prossimo film che ormai è un marchio di fabbrica.

Guardians of the galaxy non vi annoia mai, ci mette due minuti per commuovervi e altri due per farvi ridere come dei deficienti. Strizza l’occhio a tutti: ai nerd che conoscono il fumetto a memoria, ai bambini che vogliono azione e combattimenti, ai grandi che ricordano con la lacrimuccia Star Wars e Indiana Jones. Poco male se la trama non è delle migliori e se la ricetta non è originalissima, Guardians of the galaxy è forse il miglior film di fantascienza del decennio.

E mi piacerebbe che facesse scuola. Perchè ci è voluto coraggio a farlo e ci è voluto coraggio a darlo in mano a James Gunn, regista alle prime armi con alle spalle da ricordare soltanto il riuscito Super!. Mi sarebbe piaciuto che la Disney avesse avuto lo stesso coraggio, prima di dare Star Wars VII in mano a un riluttante J. J. Abrams, che sicuramente avrà rivisto qualche strategia dopo aver guardato questo film (e notato il successo che ha avuto). E mi piacerebbe che facesse cambiare qualcosa anche nella DC e nel loro modo di fare film: abbandonare quella serietà a tutti i costi e cercare di far le cose con un po’ più di humor. Non ci può essere sempre Nolan a togliere le castagne dal fuoco. Andando un po’ off topic, ieri ho beccato in televisione Superman III, quello del 1983 con Christopher Reeve. Ho visto solo l’inizio, ma mi ha lasciato a bocca aperta: il tentativo di far ridere era più che evidente, anche se il risultato, almeno per i giorni nostri, non era granchè visto che per di più si trattava di slapstick comedy. Certo, il film in sé era parecchio brutto e, ripeto, i tentativi di far ridere mal riusciti, però forse dovrebbero tentare di riportare quello spirito nei loro film. Perchè, sinceramente, Superman returns di Singer non mi è sembrato molto meglio. Finito l’off topic.

La DC, invece, sta cercando, forse anche saggiamente, di differenziarsi e si sta lanciando a occupare quello spazio dove, fin’ora, la Marvel ha fallito: la televisione. Dove la Marvel balbetta con Agents of SHIELD, la DC si è lanciata con Gotham, Arrow e Flash e ora ha un accordo con Netflix per parecchie serie che ci accompagneranno nel futuro.

Tornando a noi.

Un altro punto a favore di Guardians of the galaxy che vorrei sottolineare è la colonna sonora. La musica, come il mangianastri di Chris Pratt/Starlord, è il collante di tutto il film. Non a caso, sulla cassetta che accompagnerà tutta la vita del protagonista, al centro di una delle prime inquadrature, c’è scritto “Awesome Mix VOL.1”. E cosa sono i Guardians se non un “Awesome Mix”? E non pensate che “vol.1” sia messo lì a caso. E così, invece che un’epica colonna sonora eseguita da un’orchestra, le scene migliori sono sottolineate da canzoni anni ’70 e ’80 di David Bowie, Jackson 5, Runaways e Marvin Gaye. Ma soprattutto “Hooked on a feeling” di Blue Swede, colonna sonora del trailer. Ma anche “Escape (The pina colada song)”, se è per questo.

Ricapitolando, Guardians of the galaxy is awesome. Punto. E, a meno che non siate dei vecchi inaciditi che ancora non apprezzano il cinema della New Hollywood, vi piacerà.

Smetto perchè ci sarebbe ancora tanto da scrivere: su ogni singolo attore, ogni singolo personaggio, ogni singola battuta. Fermatemi.

Voto: ★★★★☆/5

Il grande Gatsby di Baz Luhrmann

Il grande GatsbyNon è la prima volta che Baz Luhrmann si ripropone di portare sul grande schermo epoche passate adattandole alla sua straripante (ed estremamente egotica) personalità, facendole proprie e rendendo, grazie a fiocchi e lustrini, anche il più grigio vicolo di Verona Beach opulento e sfarzoso: che sia come in Mouling Rouge! la Parigi di fine Ottocento o la New York dei roaring twenties, sono questi i contesti in cui il regista australiano si sente maggiormente a suo agio, circondato da colori accecanti, boa di piume, importanti personalità dalla dubbia moralità, scrittori squattrinati, diamanti, perle e tanto, tanto alcool. Si sarebbe quindi potuto pensare che, proprio grazie alle sue qualità di “trasformista” della scena, la prova Gatsby sarebbe stato un successo; chi meglio di Baz avrebbe potuto ricreare la sfavillante e al contempo misteriosa era del jazz, della quale Francis Scott Fitzgerald fu padrone assoluto, e dar vita a uno dei più intriganti protagonisti della letteratura americana d’inizio secolo?

La vicenda è semplice: l’aspirante scrittore Nick Carraway (Tobey Maguire) si trasferisce nella primavera del 1922 dal Midwest a New York, dove ritrova un vecchio amico (Tom Buchanan, interpretato da Joel Edgerton) e la moglie, Daisy (Carey Mulligan). Non sono i soli personaggi che entreranno a far parte della nuova e dissoluta vita di Nick: egli infatti scopre di avere come come vicino di casa un misterioso milionario e organizzatore di feste, Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio). Nick verrà trascinato in un nuovo e affascinante mondo, ricco di intrighi, alcol e grandi amori.

L’adattamento del celeberrimo romanzo di Fitzgerald purtroppo però riesce poco, e (quasi) tutte le aspettative rimangono deluse. E soprattutto è in ciò in cui di solito è maestro, nella messa in scena dello sfarzo e della grandiosità delle grandi kermesse, che il regista australiano, che ha sempre fatto della ridondanza il suo marchio di fabbrica, trova il suo tallone d’Achille. In primis per quanto riguarda la messa in scena della sfavillante, caotica e corrotta New York dell’epoca del proibizionismo. Sebbene fino a questo momento il regista sia sempre ben riuscito ad amalgamare con maestria l’ambientazione delle sue opere e i mondi creati dalla sua immaginazione, il risultato di questa sua ultima ricostruzione non convince. Niente a che vedere con la sobria e al contempo estremamente efficace ricostruzione dell’Atlantic City della stessa epoca, portata in scena dalla pluripremiata serie tv Boardwalk Empire. Luhrmann sceglie di rimanere sì fedele al romanzo, tentando però, senza grandi risultati, di svecchiare il mondo fitzgeraldiano attraverso un turbinio di citazioni pop e sonorità contemporanee. Se l’effetto sperato era perfettamente riuscito nelle sue fatiche precedenti, da menzionare in particolare Moulin Rouge!, in cui hit del passato riuscivano ad amalgamarsi con facilità alle atmosfere bohémienne della Parigi dell’epoca, tra nani, fate verdi e squattrinati suonatori di sitar, in Gatsby lo spettatore si ritrova costretto con grandi difficoltà a digerire una sovrabbondanza di stili e stimoli, che ben poco si adattano all’età del jazz fitzgeraldiana e che alla lunga, se non supportati da un valido approfondimento psicologico e narrativo, rischiano di annoiare, ma, soprattutto, rischiano di rendere il poliedrico personaggio di Jay Gatsby poco più di un egocentrico damerino, facendo venir meno una parte fondamentale dell’opera dello scrittore americano, che non si ferma a un turbinio di colori, piume, glitter e alcolici, come Luhrmann (aiutato nella stesura della sceneggiatura dal collega Craig Pearce) invece vorrebbe farci credere. Inoltre, nonostante il cast di tutto rispetto, le prove attoriali, ad eccezione di quella dell’eponimo protagonista, interpretato dal sempre più grande Leonardo DiCaprio, non soddisfano; Tobey Maguire e il suo occhietto spento non convincono completamente nei panni del naïve, ma al contempo assetato di avventure, Nick Carraway, e allo stesso tempo la Mulligan, seppur abbia dato negli ultimi anni prove di grandi capacità attoriali (assolutamente indimenticabile la sua interpretazione in Ad Education), risulta sottotono, la sua recitazione sovrabbondante di (inutile) pathos e, insieme all’altrettanto poco sfruttata Elizabeth Debicki (su carta una flapper assolutamente perfetta), viene quasi oscurata dalla straripante interpretazione dell’irriconoscibile Isla Fisher nei panni di Myrtle.

«E a me piacciono le grandi feste. Sono così intime. Nelle feste piccole, non c’è intimità». Se davvero, come sostiene Jordan Baker nell’opera di Fitzgerald, le cose stessero così, la trasposizione cinematografica portata in scena da Baz Luhrmann avrebbe potuto condurci con facilità nei meandri dei cuori dei suoi protagonisti, svelandoci mondi interiori a prima vista nascosti da fasti e scintillii. Invece, in quest’occasione, non possiamo far altro che dissentire.

Voto: ★★☆/5

Recensione realizzata in origine per il portale Storia dei Film

Argo di Ben Affleck

Argo

Iran, 1979. La popolazione locale si ribella allo Scià Mohammed Reza Pahlavi, che fugge negli Stati Uniti d’America, dove gli viene offerto asilo politico. Gli iraniani, furiosi, assaltano così l’ambasciata americana di Teheran, in cui prendono in ostaggio 52 persone. Solo in sei riusciranno a scappare e troveranno rifugio a casa dell’ambasciatore canadese. Argo, racconta di come l’agente della CIA Tony Mendez (Ben Affleck) si inventerà un piano rocambolesco per far scappare i sei funzionari dal paese. Il piano prevede di farli passare per canadesi, in Iran per girare un film fantascientifico, ovviamente non esistente.

Il film comincia subito molto bene, catapultandoci nella Teheran dell’epoca e ricostruendo gli eventi con dovizia di particolari e stile molto documentaristico (come documentano, durante i titoli di coda, i confronti tra le immagini del film e le foto vere). L’assalto all’ambasciata e la fuga dei funzionari sono momenti concitati e ricchi di pathos, la macchina da presa ti porta dentro la folla arrabbiata per poi passare alla paura degli americani, intenti a distruggere il prima possibile i documenti più importanti. Lo stile quasi documentaristico lo troviamo anche nelle successive scene all’interno degli uffici della CIA, dove si cerca di risolvere la soluzione. Ben Affleck è bravo a interpretare un silenzioso e, apparentemente, calmo agente, esperto in estrazione di persone da situazioni pericolose, che avrà “the best bad idea”.

Lo stile del film, però, cambia. E, forse non a caso, cambia quando conosciamo i due produttori del finto film, interpretati da John Goodman e Alan Arkin. Il documentario lascia il posto a un vero e proprio thriller politico, che sfocia nel film d’azione nel finale. Dal momento in cui si introduce il finto film, Affleck inventa sempre più scene di fantasia, distaccandosi dalla Storia vera, che rendono il film più divertente, più appassionante e che lasciano incollati alla poltrona. A partire dalla creazione del personaggio di Alan Arkin, per il quale è nominato agli Oscar nella categoria Miglior Attore Non Protagonista, molte delle cose che accadono a Mendez e ai sei funzionari sono inventate di sana pianta: il finto sopralluogo nell’agorà, la decisione della CIA di cancellare la missione a poche ore dal suo inizio e la scelta di Mendez di portarla a termine lo stesso, le lungaggini nei controlli all’aeroporto e l’inseguimento finale. Tutto serve a tenere lo spettatore in ansia e, nonostante si conosca già il finale, ci riesce a meraviglia.

Insomma, un film girato molto bene e scritto altrettanto bene, che alterna scene ad alta tensione con scene divertenti (come quelle tra John Goodman e Alan Arkin, sulle quali si potrebbe aprire un lungo discorso di meta-cinema) e convince in tutti i suoi elementi. Una buona prova di maturità per il Ben Affleck regista, alla sua terza pellicola dietro alla macchina da presa.

Voto: ★★★★/5

Django Unchained di Quentin Tarantino

djangounchJohn Cawelti nel suo studio sul film western anni ’60 e il postmodernismo, individua quattro possibili declinazioni del genere: la prima, quella comico-parodica, punta a rovesciare il modello convenzionale accostandolo a contesti esagerati o incongrui al punto dal renderli comici, la seconda è quella del culto nostalgico, in cui si cerca di ricreare un’atmosfera di un tempo passato, che si sa perduto. Seguono quella della demitizzazione e della riaffermazione del mito per il mito. Cosa succede quando un grande regista quale Quentin Tarantino decide di seguire le orme di due grandi Sergio del cinema italiano (Leone e Corbucci, ça va sans dire), mescolando tutte le definizioni di Cawelti, trasformando un soggetto prettamente americano, riguardante la schiavitù e la guerra civile, in un vero e proprio spaghetti western?

Nasce Django Unchained. Sud degli Stati Uniti d’America, due anni prima della guerra di secessione. Il dottor King Schultz (interpretato da Christoph Waltz, già vincitore di un premio Oscar per la sua interpretazione del colonnello nazista Hans Landa in Bastardi senza gloria), bounty killer celato sotto la maschera di dentista teutonico, libera dalla schiavitù lo schiavo di colore Django (Jamie Foxx), con la richiesta di aiutarlo a ritrovare i fratelli Brittle, per poterne recuperare la taglia che pende sulla loro testa. Una volta compiuta la missione per cui era stato liberato, Django si vede offrire dal suo nuovo partner un aiuto per ritrovare l’amata moglie, la giovane Broomhilda (Kerry Washington), momentaneamente proprietà dello spietato schiavista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio).

Che Tarantino prima che un regista sia un grande cinefilo è indubbio e ne ha dato prova in ogni suo film, pregni di alto citazionismo e camei d’eccezione. Con Django Unchained ci regala un’altra prova della sua competenza in campo cinematografico, in maniera decisamente più fine rispetto ai precedenti: non solo il titolo richiama al mondo dello spaghetti western (e non parlo esclusivamente del capolavoro di Corbucci, ma anche di tutta la serie di Django del cinema italiano nel periodo in cui spopolava in genere), e non solo ritroviamo la straordinaria partecipazione di Franco Nero, primo interprete del protagonista eponimo della pellicola; meno citazionista del solito, Tarantino riesce soprattutto a cogliere in toto l’atmosfera di un genere che ha conosciuto la sua parabola negli anni Sessanta, regalandoci un vero e proprio spaghetti western dei giorni nostri (anche se, bisogna ammetterlo, spesso la grandiosità di alcune sequenze si avvicina più alle grandi produzioni americane à la Peckinpah, che alle più modeste cugine italiane), ammiccando al passato pur donandogli un’impronta del tutto personale. Stilisticamente rimane ineccepibile come sempre, riconfermandosi un vero e proprio autore contemporaneo, perfettamente riconoscibile in ogni sequenza da lui girata, regalandoci anche in questa sua ultima fatica momenti visivamente splendidi (l’immagine delle piante di cotone impregnate del sangue degli schiavisti o la sequenza della spillatura della birra da parte di Schultz, che ci regala scelte di montaggio eccezionali, ne sono esempi lampanti) e una sceneggiatura impeccabile, come sempre opera del regista stesso, ricca dei prolissi dialoghi a lui cari. Troviamo anche in Django Unchained il fil rouge che lega tutta la produzione del regista, quella della vendetta e del riscatto, particolarmente rilevante nel precedente Bastardi senza gloria. Viene mantenuta però sullo sfondo una vicenda amorosa che riesce perfettamente nel compito di addolcire le vicende portanti del film, ossia il vagabondaggio dei due bounty killer, alla ricerca di ricompense e vendetta, e il tema dello schiavismo che, già raramente trasposto sul grande schermo, viene riletto con toni dissacranti ed ironici (pur mantenendo un clima di grande rispetto), tipici sia della filmografia tarantiniana, sia di alcune produzioni di spaghetti western. Da menzionare l’esilarante sequenza in cui, in seguito a una gloriosa cavalcata accompagnata dalle note del Dies Irae del Requiem di Giuseppe Verdi, incontriamo i membri di un proto Ku Klux Klan alle prese con dei cappucci dai buchi troppo stretti. Ed è proprio nell’ambiente schiavista che incontriamo due dei personaggi più riusciti di tutta la pellicola: monsieur Candie, interpretato dal poliedrico Leonardo DiCaprio, per la prima volta alle prese con un vero e proprio “cattivo”, schiavista spietato, ma naive al tempo stesso, immaginato dal regista come un giovane Caligola, e lo Stephen di Samuel L. Jackson, capo della servitù della magione di Candie, forse il personaggio più negativo dell’intera vicenda. Ineccepibili anche le interpretazioni di Jamie Foxx, protagonista eponimo che, nonostante il titolo del film facesse presagire il contrario, viene spesso messo da parte a causa delle strabilianti interpretazioni dei suoi comprimari, e di Christoph Waltz, che si rivela nuovamente uno dei migliori attori contemporanei in circolazione, caustico e salace, ma capacissimo di commuovere anche semplicemente nel raccontare romantiche leggende teutoniche.

Degna di nota è la colonna sonora, un mélange di sonorità agli antipodi, che rivela nuovamente la vastissima cultura cinematografica del regista, che inserisce magistralmente all’interno della pellicola brani presi in prestito dalla tradizione del western all’italiana, firmati da alcuni dei più grandi nomi della composizione per il cinema (come non citare Ennio Morricone, autore del brano inedito Ancora qui, scritto per la voce della cantante Elisa, e Luis Bacalov), tratte da pellicole quali Django e I crudeli di Sergio Corbucci, ma anche Gli avvoltoi hanno fame di Don Siegel, Lo chiamavano King di Giancarlo Romitelli, Lo chiamavano Trinità e moltissimi altri titoli di culto, intervallati da alcuni pezzi originali decisamente più contemporanei, che si inseriscono perfettamente all’interno della narrazione.

Django Unchained, seppur non sia privo di alcune pecche (in primis una sovrabbondanza di momenti ironici e la lunghezza smisurata della pellicola, che arriva, comprensiva di tagli, a 165 minuti, tempo record nella filmografia tarantiniana) rimane un capolavoro della cinematografia contemporanea, un’opera di altissimo livello registico, che perfettamente s’inserisce nel già impeccabile curriculum del regista americano. Tarantino disse una volta che senza lo spaghetti western buona parte del cinema italiano non esisterebbe e che Hollywood non sarebbe la stessa cosa. E dopo la visione di Django Unchained non si può che essere d’accordo con lui.

Voto: ★★★★☆/5

Recensione realizzata in origine per il portale Storia dei Film

Le nomination agli Oscar 2013

Ieri Seth MacFarlane e Emma Stone hanno presentato le liste dei nominati agli Academy Awards del 2013.

Miglior film
Argo
Beasts of the Southern Wild
Django Unchained
Les Misérables
Lincoln
Il lato positivo – Silver Linings Playbook
Amour
Vita di Pi
Zero Dark Thirty

Migliore attore protagonista
Bradley Cooper (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Hugh Jackman (Les Miserables)
Denzel Washington (Flight)
Joaquin Phoenix (The Master)

Migliore attrice protagonista
Jessica Chastain (Zero Dark Thirty)
Jennifer Lawrence (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Quvenzhané Wallis (Beasts of the Southern Wild)
Naomi Watts (The Impossible)
Emmanuele Riva (Amour)

Miglior regista
Michael Haneke (Amour)
Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Ang Lee (Vita di Pi)
Steven Spielberg (Lincoln)
David O. Russell (Silver Linings Playbook)

Migliore attore non protagonista
Alan Arkin (Argo)
Robert De Niro (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Tommy Lee Jones (Lincoln)
Phillip Seymour Hoffman (The Master)
Christoph Waltz (Django Unchained)

Migliore attrice non protagonista
Sally Field (Lincoln)
Anne Hathaway (Les Miserables)
Helen Hunt (The Sessions)
Jacki Weaver (Silver Linings Playbook)
Amy Adams (The Master)

Miglior film d’animazione
Ribelle – The Brave
Frankenweenie
Ralph Spaccatutto
ParaNorman
The Pirates! Band of Misfits

Migliore scenografia
Sarah Greenwood and Katie Spencer (Anna Karenina)
Dan Hennah, Ra Vincent e Simon Bright (Lo Hobbit)
Eve Stewart (Les Miserables)
Rick Carter, Jim Erickson & Peter T. Frank (Lincoln)
David Gropman, Anna Pinnock (Vita di Pi)

Miglior fotografia
Seamus McGarvey (Anna Karenina)
Roger Deakins (Skyfall)
Claudio Miranda (Vita di Pi)
Janusz Kaminski (Lincoln)
Robert Richardson (Django Unchained)

Migliori costumi
Paco Delgado (Les Miserables)
Jacqueline Durran (Anna Karenina)
Eiko Ishioka (Biancaneve – Mirror Mirror)
Joanna Johnston (Lincoln)
Colleen Atwood (Snow White and the Huntsman)

Miglior documentario
5 Broken Cameras
The Gatekeepers
How to Survive a Plague
The Invisible War
Searching for Sugar Man

Miglior documentario corto
Inocente
Kings Point
Mondays at Racine
Open Heart
Redemption

Miglior montaggio
William Goldenberg (Argo)
Michael Kahn (Lincoln)
Dylan Tichenor and William Goldenberg (Zero Dark Thirty)
Tim Squyres (Vita di Pi)
Jay Cassidy & Crispin Struthers (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)

Miglior film straniero
Amour di Michael Haneke (Austria)
A Royal Affair di Nikolaj Arcel (Danimarca)
No di Pablo Larraín (Cile)
War Witch di Kim Nguyen (Canada)
Kon-Tiki di Joachim Rønning, Espen Sandberg (Norvegia)

Miglior trucco
Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato
Les Miserables
Hitchcock

Miglior colonna sonora originale
Alexandre Desplat (Argo)
Dario Marianelli (Anna Karenina)
Mychael Danna (Vita di Pi)
John Williams (Lincoln)
Thomas Newman (Skyfall)

Miglior canzone originale
“Suddenly” Hugh Jackman (Les Miserables)
“Everybody needs a best friend” Walter Murphy, Seth MacFarlane (Ted)
“Skyfall” Adele (Skyfall)
“Before my time” J. Ralph (Chasing Eyes)
“Pi’s Lullaby” Mychael Danna, Bombay Jayashri (Vita di Pi)

Miglior cortometraggio animato
Adam and Dog
Fresh Guacamole
Head over Heels
Maggie Simpson in “The Longest Daycare”
Paperman

Miglior cortometraggio
Asad
Buzkashi Boys
Curfew
Death of a Shadow
Henry

Miglior sceneggiatura originale
Wes Anderson e Roman Coppola (Moonrise Kingdom)
Mark Boal (Zero Dark Thirty)
Michael Haneke (Amour)
Quentin Tarantino (Django Unchained)
John Gatins (Flight)

Miglior sceneggiatura non originale
Lucy Alibar, Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Tony Kushner (Lincoln)
David O. Russell (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Chris Terrio (Argo)
David Magee (Vita di Pi)

Migliori effetti speciali
Vita di Pi
Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato
The Avengers
Prometheus
Snow White and the Huntsman

Miglior montaggio audio
Argo
Skyfall
Django Unchained
Zero Dark Thirty
Vita di Pi

Miglior missaggio sonoro
Argo
Lincoln
Skyfall
Vita di Pi
Les Miserables

Top 10 – 2012

È il 31 dicembre ed è tempo di classifiche. Saltiamo i convenevoli e passiamo al sodo? Ecco la mia top ten dei film usciti nelle sale italiane nel 2012.

1. Pietà Kim Ki-Duk
2. Cesare deve morire Paolo e Vittorio Taviani
3. Moonrise Kingdom Wes Anderson
4. La sposa promessa Rama Burshtein
5. Amour Michael Haneke
6. Diaz Daniele Vicari
7. Hugo Cabret Martin Scorsese
8. Reality Matteo Garrone
9. Take Shelter Jeff Nichols
10. Shame Steve McQueen

Il primo (e induscusso) posto della mia classifica appartiene a Pietà, già vincitore dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, capolavoro sulla vendetta, sulla meschinità dell’uomo e del nostro mondo. Kim Ki-Duk non risparmia niente e nessuno, neppure l’amore filiale e materno, che diviene, anzi, tana del male peggiore. Seguono sul podio Cesare deve morire, a cui ho già dedicato ampio spazio qui, e Moonrise Kingdom sognante pellicola in cui tutti gli ingredienti tipici del cinema andersoniano collaborano per regalare nuovamente allo spettatore una pellicola coloratissima e heartwarming, una vera e propria “fuga” d’amore, di due emarginati alla ricerca di un posto nel mondo.

Il quarto posto è un’altra rivelazione veneziana, La sposa promessa, che ci regala una superba Hadas Yaron (vincitrice della Coppa Volpi) la quale, guidata da una regista d’eccezionale sensibilità, ci accompagna alla scoperta di un mondo totalmente estraneo al nostro, quello di una comunità ebraica ortodossa, e al loro modo di vivere l’amore e la morte. Sempre di amore e morte tratta Amour, in cui Haneke mette magistralmente in scena l’amore nel suo ultimo atto. Seguono Diaz, il docufiction che ha riportato nei cinema italiani l’orrore del G8 del 2001, e Hugo Cabret in cui Scorsese accontenta bambini e cinefili, intrecciando le vicende di un orfano parigino e quelle di Georges Méliès, pioniere della settima arte. A chiudere la classifica Reality, Take Shelter e Shame, pellicole apparentemente del tutto dissimili, ma in realtà collegate da un finissimo filo conduttore: l’ossessione e la malattia dell’uomo qualunque.

Menzione d’onore per La cinquième saison, film della coppia belga Brosens-Woodworth, indubbiamente il miglior film di quest’anno, presentato alla kermesse veneziana, ma di cui ancora, purtroppo, non si conosce la data di uscita italiana. Ne parleremo più avanti, ma cominciate a segnarvelo!

locandina

I qui presenti critici, orfani e pazzi, vi augurano un buon 2013, possibilmente ricco di nuove uscite, vecchi classici e sale d’essai.

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato di Peter Jackson

Lo HobbitPer una generazione come la mia, spesso cresciuta a pane e fantasy, Il signore degli anelli è uno di quei titoli che non può mancare nella propria libreria (o videoteca, che sia); che si trovi accanto alle Cronache di Narnia o piuttosto a quelle Del ghiaccio e del fuoco poco importa, il nome di John Ronald Reuel Tolkien rimane una costante. Che Lo Hobbit portato in scena Peter Jackson fosse un evento atteso dai più è innegabile. E il fatto che sia addirittura il primo film realizzato con la tecnica 3D HFR (quindi con un utilizzo di 48fps) ha reso l’attesa ancora più insostenibile per i fan della trilogia, ma non solo.

Quella dello Hobbit è una storia semplice, che nasce come favola della buonanotte e che Tolkien decide di pubblicare nel 1937: Bilbo Baggins (Martin Freeman) è un pigro hobbit di Hobbiville, che si ritrova, suo malgrado, protagonista di un’avventura inaspettata. In compagnia di tredici nani, guidati dallo stregone Gandalf il Grigio (Ian McKellen), andrà alla ricerca di Erebor, il loro perduto regno, ora nelle grinfie del drago Smaug.

Risulta impossibile non confrontare quest’ultima fatica di Peter Jackson con la precedente trilogia del Signore degli anelli. E non solamente a causa del ritorno di alcuni dei protagonisti (come non notare la presenza del Frodo di Elijah Wood, che fa quasi da tramite dagli uni all’altro) o perché si tratta, appunto, di un romanzo scritto dallo stesso autore: Peter Jackson, per il suo ritorno nella Terra di Mezzo, si circonda, infatti, dello stesso team che aveva fatto insieme a lui strage di Oscar meno di una decina di anni fa. Fanno, invero, nuovamente la loro comparsa nei crediti gli sceneggiatori Fran Walsh e Philippa Boyens, il costumista Richard Taylor, il direttore della fotografia Andrew Lesnie e, last but not least, il compositore Howard Shore.

Nonostante queste premesse, ciò che ci troviamo davanti è un prodotto per molti versi dissimile da quello che potremmo aspettarci e dai suoi gloriosi predecessori. Innanzitutto Lo Hobbit nasce come libro per ragazzi, quasi per bambini, una fiaba dedicata a grandi avventure e personaggi straordinari, e non dobbiamo perciò stupirci se ci ritroviamo ad assistere a gag più o meno divertenti, o canti nanici che ricordano quasi i cartoni animati. L’epicità della trilogia viene quindi spesso a perdersi per dare spazio a un’atmosfera che, per il momento, nonostante le prime battaglie contro orchi e troll, rimane decisamente più rilassata (come non menzionare la parentesi quasi ridanciana in compagnia dell’Istar Radagast il bruno!) e meno marziale rispetto alla trilogia; in una parola, fiabesca. Non mancano però parentesi eteree ed evocative, come quelle ambientate a Gran Burrone (superba peraltro la sua realizzazione), in compagnia di Elrond e Galadriel. Viene tralasciata però una vera e propria caratterizzazione della sgangherata compagnia di nani (escluso Thorin Scudodiquercia, interpretato da Richard Armitage, che è in tutto e per tutto un personaggio tolkeniano); quello che era il punto di forza della compagnia dell’anello qui si perde in favore di una scontata volgarità e un (talvolta) grossolano ricalco di alcuni dei personaggi della trilogia. Assolutamente insuperabile è però la sequenza più pregnante e fondamentale dell’intera pellicola: il primo incontro e la conseguente gara di indovinelli tra Gollum e Bilbo, un duello duetto tra professionisti. Il primo, che già ampiamente conosciamo, interpretato da un sempre bravissimo Andy Serkis, ormai veterano della motion capture, e un altrettanto abile Martin Freeman (visto ultimamente nella serie tv britannica Sherlock e già protagonista del film di culto Guida galattica per autostoppisti), perfetto nei panni dell’impacciato e pigro Bilbo Baggins (seppur dotato di avventuriero sangue Tuc da parte di madre). Una prova attoriale, da parte di entrambi, dal ritmo perfetto, che unita a un’ambientazione sotterranea più che suggestiva, rimarrà una delle più memorabili della nuova trilogia. La sceneggiatura, frutto di un lavoro a otto mani, che rimaneggeranno non solamente l’omonima versione cartacea della pellicola, ma anche alcune delle appendici appartenenti alla trilogia, prosegue fedelissima all’originale, rielaborata solamente qua e là per rendere più comprensibile ai neofiti la mitopoiesi tolkeniana. Menzione d’onore anche per la colonna sonora, di nuovo opera del compositore Howard Shore, il quale, oltre a proporre nuovi temi che accompagneranno i personaggi anche nei successivi episodi, ha anche musicato alcune delle canzoni scritte da Tolkien stesso e presenti all’interno del libro.

L’ultima fatica di Peter Jackson rimane quindi un’opera discretamente buona, con alti e bassi, questi ultimi dovuti principalmente a limiti tecnici. Innanzitutto la decisione trasporre sul grande schermo un romanzo che conta meno di trecento pagine in tre film dilata largamente i tempi dell’azione; se questo da un lato significa maggior aderenza alla fonte, dall’altro tende a rendere l’azione talvolta monotona e priva di quel ritmo che ci si aspetterebbe dal regista del Signore degli Anelli. In secondo luogo l’utilizzo, per la prima volta, della tecnica 3D HFR (ovvero high frame rate), che permette di girare e proiettare a 48fps piuttosto che i 24fps delle pellicole standard, donando maggior fluidità alla messinscena e rendendola più simile alla realtà, evitando i fastidiosi ‘sfarfallii’ che deriverebbero proprio dall’utilizzo, in particolare nel 3D, di un numero di fotogrammi al secondo inferiore rispetto a quelli percepiti normalmente dalla vista umana. Purtroppo però spesso la visione è resa difficoltosa dalla nuova iperrealtà cui ci troviamo di fronte, e molte scene sembrano quasi subire un aumento di velocità che risulta per molti versi estremamente fastidioso.

Nonostante alcune pecche Lo Hobbit rimane un degno prequel di una saga senza eguali, mantenendo le promesse fatte e donandoci nuovamente quell’atmosfera famigliare, fiabesca ed accogliente, che al cinema è difficile trovare, se non in una comodissima tana di hobbit.

Voto: ★★★☆/5

Recensione realizzata in origine per il portale Storia dei Film